Ergastolo ostativo: una questione dibattuta

La Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata di recente in materia di ergastolo ostativo in seguito ad un ricorso[1].

Per via della problematicità della materia trattata, la decisione in sede CEDU non è stata presa all’unanimità, bensì sei voti contro uno. L’opinione dissenziente del giudice Wojtyczek aveva sottolineato la funzione retributiva della pena per dare un senso di giustizia sia ai cittadini che allo stesso condannato.

L’ergastolo ostativo impedisce al condannato l’accesso ai benefici dell’art 4 bis dell’ordinamento penitenziario, vale a dire le misure alternative alla detenzione,quali i domiciliari e l’affidamento ai servizi sociali. Il regime in esame vale per i delitti di associazione di tipo mafioso, sequestro di persona a scopo di estorsione e associazione finalizzata al traffico di droga,dove viene considerata prevalente la pericolosità sociale del condannato che, oltre a non poter accedere a questi vantaggi, avrà altre limitazioni dei suoi diritti ed una detenzione fine pena mai.

Questa fattispecie però, può essere rivalutata nel caso in cui il condannato collabori con la giustizia.
Inizialmente, la Corte Costituzionale ha considerato la collaborazione come una libera scelta a cui il condannato possa aderire.
Di diverso avviso è la Corte di Strasburgo,secondo cui la scelta del condannato dipende da fattori ambiental-familiari, quindi non sempre “libera”.
Interessante l’angolazione del dott. giudice Guido Salvini[2],che considera centro del problema l’implicita richiesta a collaborare con la giustizia. Non sfugge,infatti,che chi non collabora, nel codice mafioso e terroristico viene considerato un soggetto da emulare, quindi affiliato o quanto meno contiguo.

Per la Corte EDU, il carattere di eccezionalità che caratterizza l’ergastolo ostativo, finisce per non avere limiti di applicazione. Inoltre, sottolinea la violazione del divieto di tortura o pena disumana o degradante[3], per via di una limitazione eccessiva dei diritti dell’uomo, tanto da considerarla una grave lesione della dignità umana.

Successivamente, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del primo comma dell’art. 4 bis in cui i condannati all’ergastolo ostativo non collaboranti, non possono accedere ai permessi premio anche dopo aver accertato che il soggetto non sia più pericoloso e non sia più in contatto con l’organizzazione criminale.

“La corte ribadisce che la presunzione assoluta prevista in materia di reclusione a vita per i delitti previsti dall’art 4 bis, della legge sull’ordinamento penitenziario rischia di privare i condannati per questi reati di ogni prospettiva di rilascio e della possibilità di ottenere un riesame della pena.” C.EDU[1]

La Corte costituzionale e la Corte EDU si allineano nel contestare la presunzione assoluta di pericolosità sociale per questa categoria di detenuti. Si passa da una presunzione assoluta a una relativa in cui, su istanza del condannato, verrà posta in essere da parte del magistrato di sorveglianza una valutazione caso per caso sulla scorta delle relazioni della DIA e degli operatori del carcere.

Come si può bilanciare la preminenza dei principi costituzionali con le esigenze di pubblica sicurezza e con la funzione rieducativa della pena?

Si è sviluppato un acceso dibattito su questo argomento per via delle variegate e contrastanti opinioni di giuristi, giornalisti e addetti ai lavori.

Sebbene questo istituto riguardi crimini estremamente gravi e quindi applicabile ad un ristretto campo di azione, è di fondamentale importanza per salvaguardare la pubblica sicurezza Non a caso è lo strumento grazie al quale lo Stato italiano è riuscito a contrastare le associazioni mafiose. La logica del 41 bis non è di mera natura afflittiva, bensì necessitata dal fatto che questo tipo di delinquenti, anche dal chiuso delle carceri, continuino ad esercitare il proprio potere.
Lo Stato è dovuto intervenire con un regime speciale per limitare tutte quelle modalità di comunicazione, che normalmente sono di conforto per la vita di un detenuto, ma in questi casi fungevano da strumenti per commettere ulteriori reati.

Ad oggi non è da escludere un eventuale intervento da parte del parlamento sulla riformulazione del comma primo dell’art 4 bis.

Inoltre, si ci aspetta che altri giudici sollevino questioni di legittimità costituzionale anche sotto altri punti di vista.
Infatti, come era prevedibile, è stato rimesso alla Consulta un caso riguardante la legittimità costituzionale dell’art 41 bis[4] nella parte in cui vengono previste le misure necessarie che l’amministrazione penitenziaria deve assumere per rendere impossibile lo scambio di oggetti tra detenuti.

 

[1]Ric. N° 77633/16 CEDU

[2] Il Dubbio 24/10/2019

[3] Art 3 CEDU

[4] Art 41 bis co. 2 quarter, lett. f), secondo periodo

 

-Blanca Aiello

Author: Caterina Bracciano

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