Il dress code e le sue conseguenze nel mondo del lavoro: è legale imporre ad un lavoratore una certa “forma”?

Vestire bene” oggi non è più solo una questione di moda o di gusto personale.

La nostra società, caratterizzata da una crescente e quasi maniacale attenzione verso l’estetica, sempre più spesso impone delle vere e proprie regole in materia di abbigliamento.
Queste regole formano il cosiddetto “dress code”, letteralmente “codice dell’abbigliamento”, che ha l’obiettivo di determinare il modo più appropriato di vestire in determinate situazioni.
Il dress code attualmente trova applicazione non solo in relazione a particolari occasioni, quali feste e cerimonie, ma è divenuta una prassi diffusa anche in molte aziende , che impongono regole di abbigliamento ai propri dipendenti, arrivando persino a punire severamente chi non le rispetta.

In particolare, nel maggio 2016, una notizia ha fatto praticamente il giro del mondo, facendo molto discutere e accendendo un vivace dibattito: la protagonista è l’inglese Nicola Thorp, all’epoca dei fatti impiegata ventisettenne, “licenziata” per essersi rifiutata di indossare i tacchi.
Nel dettaglio, la donna era stata assunta come addetta alla reception di una nota società finanziaria londinese, la Pwc (PricewaterhouseCoopers), colosso che fornisce servizi di revisione di bilancio, consulenza legale e fiscale, con sedi in 158 Paesi , e che fa parte delle cosiddette «Big Four», le quattro più grandi aziende di revisione del mondo.
La mansione di Nicola era, dunque, quella di trascorrere nove ore al giorno ad accompagnare i clienti alle riunioni.
Nicola è stata rispedita a casa, nel suo primo giorno di lavoro, senza essere pagata, perché si era presentata in ufficio senza tacchi. «Mi hanno chiesto di andare a comprare delle scarpe con un tacco di 10 centimetri, oppure di tornarmene a casa» ha raccontato, «Mi hanno detto che le scarpe basse non fanno parte del loro dress code femminile». «Quando ho replicato che i miei colleghi uomini indossavano scarpe basse, mi hanno riso in faccia».

Dopo l’accaduto, Nicola ha deciso di rivolgersi a un’associazione che si occupa di diritti dei lavoratori. La risposta è stata la seguente:  «Le aziende hanno il diritto di imporre un dress code formale sul posto di lavoro». In effetti, la legge britannica consente ai datori di lavoro di prevedere un dress code e di licenziare gli impiegati che non lo rispettano.
Di qui, successivamente, Nicola Thorp ha lanciato una petizione sul sito del Parlamento Britannico dal titolo “Rendete illegale per un’azienda pretendere dalle donne che indossino tacchi alti a lavoro”.  La petizione ha raccolto più di 21 mila firme e, pertanto, il Parlamento ha dovuto prendere in considerazione la questione.

In realtà, l’episodio di Nicola è solo uno dei tanti di questo genere.
Lavorare a Londra, e non solo, implica il doversi adattare a delle etichette molto rigide. Ad esempio, per lavorare in banca il dress code comporta l’obbligo di indossare camicia, cravatta e completo: nella finanza londinese vige la regola di Wall Street del no «brown in town», quindi evitare scarpe marroni, cravatte sgargianti e preferire sempre vestiti dal taglio classico.
Secondo un rapporto della Social Mobility Commission, redatto su incarico del Governo britannico per indagare su eventuali discriminazioni di ceto, censo e classe che ancora oggi esistono in Gran Bretagna, a Londra “l’abito fa ancora il monaco”, più di quanto accade, invece, a New York, dove secondo l’indagine c’è meno rigidità.

Nel frattempo, tra le prime notizie circolanti all’indomani dell’insediamento di Trump, ce n’è una che riguarda propria il dress code e che sta già facendo molto discutere.
Infatti, mentre  a Londra il Parlamento discute una legge per mettere al bando le discriminazioni sessuali in materia di abbigliamento, secondo alcune indiscrezioni Donald Trump negli Usa ha “ben” pensato di imporre alle dipendenti del suo staff di «vestirsi da donna» che, tradotto nel linguaggio del presidente, significa indossare un vestito o una gonna e i tacchi, possibilmente alti.
Si tratta di una richiesta insolita in un Paese che combatte da tempo contro gli stereotipi di genere ed, in effetti, non è passata inosservata! Così la reazione non si è fatta attendere: donne soldato, vigili del fuoco, medici hanno scattato foto di se stesse in “uniforme” sui luoghi di lavoro.

Per concludere, è recentissimo, di febbraio 2017, l’episodio di una ragazza, la ventiquattrenne londinese Emma Hulse, che a causa del suo aspetto fisico e della sua “eccessiva bellezza” ora è disoccupata.
Emma lavorava come impiegata per un’azienda di produzioni televisive, la “Unit TV”, senonchè il suo superiore, durante un lavoro, le avrebbe ripetutamente lanciato delle frecciatine per poi allontanarla dal set e rispedirla a casa.
Tra le frasi ‘incriminate’, l’uomo le avrebbe infatti chiesto per quale motivo non si trovasse dall’altra parte dell’obiettivo oltre ad averle fatto notare come una ragazza con il suo fisico avrebbe dovuto ‘sfilare in passerella’. Ma non basta: secondo Emma, infatti, lo stesso manager le avrebbe poi chiesto il numero di telefono, ‘suggerendole’ inoltre di uscire insieme per un drink al termine delle riprese.

A questo punto ci si chiede: l’immagine conta tutto? La forma può davvero condizionare una performance lavorativa? Fino a che punto le aziende possono godere della libertà di imporre un dress code ai loro dipendenti? Un “tacco dieci” può fare la differenza? E’ giustificato un licenziamento basato su questi argomenti?

Sicuramente l’“immagine” per alcune tipologie di lavoro è importante, ma, come recita un vecchio detto, la virtù sta sempre nel mezzo.
Il vero nemico da combattere è, senza ombra di dubbio, il rischio di creare “stereotipi”; o di alimentare un culto eccessivo per l’apparenza.
Occorre rispettare il bon ton, ma fin dove è necessario, senza mettere a rischio il destino di chi sa fare bene il suo lavoro.
Come ha osservato la stessa Nicola Thorp: “La gente dice che i tacchi rendono una donna più femminile, ma perché dovrei per forza esprimere la mia femminilità al lavoro?”.
Sarebbe opportuno ridisegnare i confini della legalità tra “forma” e “professionalità”: l’aspetto “conta”, fin quanto basta.

 

Author: Mena Marino

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