Dj Fabo: un diritto senza legge

Lunedì 27 febbraio, ore 11:40 Fabo non c’è più. Ma a suo dire era da tempo che ormai non era più lui. E lo aveva detto a gran voce nel video-appello al presidente Mattarella, anche se a parlare era stata la sua fidanzata, Valeria. Perché Fabo non aveva nemmeno più la voce per far valere la propria volontà. Il video Fabiano Antoniani, 39enne cieco e tetraplegico in seguito a un grave incidente stradale, lo aveva girato in occasione della discussione in parlamento sulla legge che disciplina il “fine vita” che era prevista per lo scorso 30 gennaio, ma da allora ben tre volte è stata rimandata, tanto che non gli è restato altro che andare fino in Svizzera, accompagnato da Marco Cappato dell’associazione Luca Coscioni (ed è stato proprio lui a dare l’annuncio su facebook, ndr), per esercitare un diritto che il suo stato – il nostro stato – non gli ha riconosciuto.
La sua vicenda ha fatto emergere un interrogativo rimasto a lungo sopito: esiste un diritto a morire? Una risposta l’aveva data Piergiorgio Welby, prima che fossero interrotte le cure che lo tenevano in vita nel dicembre 2006. La sua risposta era stata un educato e chiaro “No”. Per lui non esisteva un diritto a morire, ma semplicemente un diritto a vivere una vita dignitosa, che Piergiorgio non pensava di avere, non più. Proprio come Fabo. Entrambi ora non ci sono più, il loro posto  dovrebbe essere preso da una legge che disciplini innanzitutto il diritto della persona a non ricevere più cure, perché ad un dovere dello stato di assistere il paziente nel miglior modo possibile corrisponde un diritto di quest’ultimo a non ricevere più cure, o a riceverle in un determinato modo, anche se ciò può portare alla morte. Come è stato per Piergiorgio Welby nel 2006. E poi disciplinare la possibilità di ricorrere al “suicidio assistito” come ha fatto ieri Fabo, e come prima di lui hanno fatto Lucio Magri, fortemente depresso dopo la morte della moglie, piuttosto che vivere gli anni che gli restavano sotto l’effetto di psicofarmaci, e Dominique Velati, dopo la notizia della malattia terminale che l’avrebbe condotta comunque alla morte senza risparmiarle sofferenze e dolore. E una disciplina la merita anche il “testamento biologico”, come la vicenda di Eluana Englaro insegna. In quel caso fu il padre a dare voce ad Eluana, ormai ridotta ad un vegetale. Ma sarebbe più facile e giusto se ognuno potesse parlare per sé.

Una conclusione a questo articolo non riesco a darla, almeno non una che sia degna di questo nome. È una tema difficile quello del fine vita. Mi torna in mente Aleksej Kirillov che, nei “Demoni” di Dostoevskij, si uccide per dimostrare che Dio non esiste. “Se Dio è colui che ha il potere di dare e togliere la vita” dice Aleksej “uccidendomi mi sostituisco a Dio. E se Dio non esiste allora tutto è permesso!”. Ma in tutta sincerità non credo che disciplinare il “fine vita” significhi dire che tutto è permesso. Significa solo riconoscere una libertà, quella di rinunciare ad una vita che ha smesso di essere dignitosa. E questo non equivale ad affermare che Dio non esiste, o che la legge non abbia valore ne efficacia, ma solo chiedere che venga rispettato il diritto a scegliere come vivere e come non sopravvivere. Era dal giorno in cui ho visto il video-appello di Fabo che pensavo di scrivere un articolo sulla sua situazione. Leggere ieri l’annuncio della sua morte ha messo ordine tra le idee e alle 12 avevo già in mente un articolo. Alle 14 era scritto e pronto per la pubblicazione. Ma con la redazione abbiamo pensato che ieri di articoli che parlavano della sua scelta eroica ce ne sarebbero stati molti. E visto che gli eroi vanno celebrati ogni giorno questo articolo arriva a ventiquattro ore dalla sua morte, perché Fabiano è un eroe anche oggi. Un eroe moderno che non ci meritiamo, ma di cui abbiamo bisogno. Grazie Fabo per la lezione di civiltà, che la terra ti sia lieve.
di Angela Cutillo

Author: Angela Cutillo

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