Diritto all’oblio.

“L’oblio é una forma di libertà.” (Kahlil Gibran)

Era il febbraio 2014 quando la ventenne inglese, Hollie Gazzard, veniva uccisa con 14 coltellate dal fidanzato Asher Maslin. Ad un anno dal violento assassinio, il padre della giovane, Nick Gazzard, ha chiesto a Facebook di rimuovere dal profilo di Hollie le foto che la ritraevano insieme all’ex fidanzato. In un primo momento la risposta di Facebook è stata negativa. La policy del social network, infatti, non permette di intervenire sui profili divenuti “commemorativi” a seguito della morte dei loro titolari. Chi, come Hollie, decide di non fare il testamento digitale, funzione recentemente messa a disposizione degli utenti, concede che l’account diventi “commemorativo”. Tuttavia lo scorso mese 11.000 persone hanno dimostrato vicinanza alla famiglia di Hollie e hanno firmato una petizione per chiedere la rimozione delle immagini dal profilo della giovane. Il social network ha finalmente rimosso le foto.
Questo è solo uno dei tanti casi sollevati contro il social network di Zuckerberg negli ultimi anni.

Nel dicembre del 2011, il giovane viennese Max Schrems, avviò un’azione legale contro Facebook in Irlanda (sede principale del social network in Europa) adducendo che il suo diritto alla riservatezza era stato violato. Egli, tra le altre cose, contestava Facebook per il fatto che non garantisce un modo adeguato per cancellare i vecchi dati. Ogni commento, ogni “mi piace” viene conservato per un periodo di tempo indefinito, anche i “tag” rimossi dagli utenti sono ugualmente registrati nella memoria del social network.
L’iniziativa legale di Schrems era stata respinta dall’autorità della privacy irlandese perché ricadeva sotto il Safe Harbor, un accordo (stipulato nel 2000) che intercorre tra Stati Uniti ed Unione Europea ed ha ad oggetto la raccolta e il trasferimento verso gli Stati Uniti dei dati provenienti dall’Europa.
Sul caso si è espressa la Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 6 ottobre scorso. La Corte ha stabilito che ogni Stato membro ha la possibilità di sospendere il Safe Harbor se ritiene che non sia garantita protezione opportuna alle informazioni; tuttavia ciò non significa che il social network smetterà di raccogliere i dati dei suoi utenti, ma soltanto che se vorrà farlo dovrà rispettare le normative degli stati membri. Ora spetta all’Alta Corte di Giustizia irlandese il compito di verificare se il livello di protezione dei dati trasferiti negli Stati Uniti è adeguato.
Le conseguenze di questa sentenza ricadranno su tutte le aziende che operano sul territorio europeo, compresa Google.

Proprio il grande colosso di internet è stato al centro di numerose polemiche. Lo spagnolo Marco Costeja Gonzales, digitando il suo nome su Google, aveva trovato dei link che rimandavano a pagine di giornale in cui si informava della messa ad asta di alcuni suoi beni, avvenuta per motivi economici 16 anni fa. Per Costeja Gonzales quel contenuto violava il suo diritto alla riservatezza e non poteva più essere considerato rilevante in quanto riguardava problemi economici ormai risolti. Google si è sempre difesa affermando che rimuovere i link dalle sue pagine provocherebbe una lesione della libertà di espressione online. Tuttavia il 13 maggio del 2014 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che i cittadini europei hanno il diritto di chiedere ai motori di ricerca online la rimozione di informazioni che sono “irrilevanti o non più rilevanti”.

Attraverso queste sentenze l’Europa dimostra una sensibilità maggiore verso la tutela della privacy, rispetto all’America. Il diritto all’oblio implicitamente ricavabile dal diritto alla riservatezza e alla protezione dei dati personali deve essere necessariamente bilanciato con il diritto all’informazione e ad essere informati.
Alla luce dei casi esaminati ci chiediamo: può un soggetto privato decidere dove finisce il diritto alla privacy e inizia il diritto di informazione? Può lo stesso soggetto privato decidere se concedere o meno il diritto all’oblio?
Sono domande che necessitano di una risposta soprattutto in riferimento al recente studio delle Università di Brno e di New Haven che sostiene che WhatsApp raccoglie i dati delle telefonate effettuate attraverso l’app.

Fortuna Orabona.

Author: Fortuna Orabona

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