Didattica a distanza: dovremmo renderla permanente?

Articolo di Giulia Maddaloni

L’articolo 33 della costituzione sancisce: “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Il termine libero è strumentale alla tutela del pluralismo ideologico, riferendosi alla libertà di scelta sia dell’oggetto, che del mezzo dell’insegnamento. Da questa norma potremmo anche dedurre che la formazione accademica non debba essere relegata ad un mezzo di propagazione incapace di garantirne una fruibilità svincolata. Posta questa breve premessa, accingiamoci ad evidenziare luci ed ombre di un tema attuale e controverso: l’erogazione della didattica a distanza.


Se volessimo fotografare gli scompensi che afferiscono a tale modalità di insegnamento, inizieremmo col ricordare che l’università, nella sua accezione fisica, costituisce il principale veicolo al sapere, per essere il luogo ove si canalizzano le idee. Gli incontri con colleghi e figure istituzionali costituiscono il carburante di una comunità accademica: è infatti la condivisione di luoghi e di abitudini collegiali che può effettivamente farci disquisire di comunità. L’incontro diretto rappresenta una tessera imprescindibile del mosaico, senza la quale il processo di “παιδεία” non potrebbe definirsi esaustivo. Dall’altra parte, tuttavia, la pandemia che ha colpito la nostra realtà, avendo imposto l’astensione da qualsiasi forma di aggregazione, ha inciso maggiormente proprio sulla vita delle comunità. Ecco dunque che sono stati predisposti strumenti alternativi alla didattica tradizionale, precedentemente inconcepibili: la causa di forza maggiore ne ha dimostrato la realizzabilità. A questo punto una domanda ha iniziato a farsi spazio nella nostra mente obnubilata dalla resistenza consuetudinaria: è più importante il mezzo o il fine? Rileva maggiormente conseguire una formazione piena ed esauriente o fossilizzarsi sui luoghi fisici da cui questa dovrebbe promanare?

Il quesito diventa rimarchevole se interfacciato alle esigenze di alcune minoranze di studenti che, soltanto grazie alla crisi, hanno potuto sperimentare una partecipazione diretta alle lezioni universitarie.
È dunque questo il focus della riflessione: pur essendo l’erogazione della didattica a distanza una modalità virtuale; essa consente una partecipazione diretta a tutti quegli studenti che altrimenti non potrebbero usufruire di un loro diritto.
Le minoranze cui facciamo riferimento si identificano, ad esempio, negli studenti lavoratori che, costretti dalla necessità economica, non prendono parte alle lezioni. Studiano da non corsisti con le relative difficoltá oppure ricorrono a università telematiche di dubbia professionalità. Un’altra categoria di non poco conto è costituita dagli studenti pendolari che, ogni giorno, perdono innumerevoli ore di viaggio sacrificandole allo studio oppure sono costretti a sborsare i soldi di un affitto. E chi quell’affitto non può sostenerlo, nè può permettersi un abbonamento ai mezzi di trasporto?
In ultima analisi, non si può tralasciare la categoria degli studenti che soffrono di patologie invalidanti. Per alcuni di loro raggiungere l’università potrebbe rappresentare un desiderio tanto intenso, quanto irrealizzabile. A tutte le categorie di studenti citate, si applica l’art. 2 del protocollo addizionale alla CEDU: “il diritto allo studio non può essere rifiutato a nessuno”; nonché l’art. 14 della carta dei diritti fondamentali dell’UE: “ogni persona ha diritto all’istruzione e all’accesso alla formazione professionale e continua”.
Alla luce delle necessità e delle norme enucleate, credo sia doveroso considerare l’ipotesi di rendere permanente l’insegnamento telematico da affiancare alla tradizionale didattica in sede. Numerosi saranno i benefici: in primis la realizzazione di un’eguaglianza che non sia solo formale, ma anzitutto sostanziale (art.3 cost.); in secondo luogo il vantaggio di un minore afflusso in sede che si tradurrebbe in posti a sedere per tutti.

A. Einstein riteneva che la crisi fosse la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché capace di condurre al progresso.
Non ci resta che dare valore alle sue parole, raccogliendo i frutti di una crisi che, accanto a tanto dolore, potrebbe anche essere servita ad aprirci gli occhi.

Author: Mariachiara Coppolino

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