Democrazia diretta: da chi?

Un consistente numero domanda di votazioni popolari sembra imperversare per ogni dove.
Dalla Catalogna alla Turchia, passando per l’Australia, la California, Berlino e il Regno Unito, il fascino della democrazia diretta sembra aggregare, convintamente, innumerevoli consensi.
L’Italia, nel contempo, non è rimasta indenne al fascino di tale istanza partecipativa.

Difatti, la democrazia ibrida italiana- per parafrasare Ilvo Diamanti- denuncia, a gran voce, la “crisi” della democrazia rappresentativa, oggi, apertamente sfidata dalla democrazia diretta.

Tra le varie cause, la delegittimazione dei corpi intermedi affonda, però, le proprie radici nel peculiare sistema partitico italiano.

La conventio ad excludendumper un lungo periodo, del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, un partito democristiano colossale, ma fortemente articolato in correnti, che per di più di quarantacinque anni ha tenuto le chiavi del governo, la debolezza di un partito socialista, a più riprese colpito da divisioni e scissioni, e il terremoto giudiziario degli anni ’90 che pose in stato d’accusa il ceto dirigente dei partiti di governo, non risparmiando nessun “santuario politico”, rappresentano il prisma migliore attraverso cui guardare alla contingente disintermediazione.

In Italia, alla sfiducia verso i tradizionali organismi e meccanismi rappresentativi è corrisposta un’implementazione della E-democracy, di cui gli esponenti del M5S sono stati i pionieri; difatti, la “rivoluzione della democrazia diretta rappresenta ab origine  uno dei capisaldi delle politiche perseguite dal M5S.

La piattaforma Rousseau rappresenta il canale di accesso alla piazza telematica pentastellata: essa non è open source, ma risulta accessibile soltanto agli iscritti al Movimento, i quali per accedervi sono giocoforza costretti a cederle i propri profili telematici. Questo sistema tecno-sociale implica, dunque, delle criticità non trascurabili delle quali non è questa la sede di un’analitica disamina, al netto di alcune ricognizioni sistematiche: non vi è una costante validazione dei risultati delle votazioni che si svolgono sulla piattaforma da parte di un ente certificatore terzo e imparziale, vi è una carente tutela dei dati personali, esula dal tema del digital divide e, soprattutto, manca il momento dibattimentale tra gli iscritti, prodromico alla formulazione di decisioni politiche che siano realmente recettive delle istanze popolari. Un momento dibattimentale che- come ha dimostrato lo scienziato politico James Fishkin con i deliberative polls– connota di sé un voto consapevole ed informato, di cui si avverte una vitale necessità a fronte dell’opacità e dell’ambiguità del “requisito indiretto” della democrazia diretta, ovvero il potere- spesso strumentale- di definire la domanda su cui i votanti sono chiamati a pronunciarsi.
Alla presunta relazione dicotomica tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta sembra, però, farsi strada, ragionevolmente, un sotto-modello rappresentativo-partecipativo, frutto dell’ innesto – per citare Massimo Luciani- degli istituti di democrazia partecipativa sul tronco del sistema rappresentativo. I rami partecipativi potranno, però, sanare e correggere alcune disfunzioni proprie del regime rappresentativo soltanto fregiandosi di un’autorevole classe dirigente e di un elettorato cosciente e responsabilizzato.

Decidere senza conoscere, difatti, espone la democrazia al rischio di degenerazioni oligarchiche ed oclocratiche, in cui il fittizio e indefinito coinvolgimento dei cittadini cela una democrazia farlocca, ipocritamente etero-diretta.

Per citare Sabino Cassese,“educare alla democrazia è ormai diventato un problema di democrazia”.

Alla pretesa di votare sempre e comunque dovremmo, forse, surrogare l’onestà intellettuale e la strenua volontà di avere piena contezza di ciò su cui siamo chiamati ad esprimerci.

 

-Antonia Maria Acierno

 

Author: Caterina Bracciano

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