Ddl Pillon,più ombre che luci

Il ddl n.753/2018, detto ddl Pillon, è stato oggetto di una accesissima discussione sin dal momento in cui è stato presentato, diventando da subito uno dei progetti più controversi del nuovo governo.

Il primo firmatario del disegno di legge, Simone Pillon, è un avvocato e da quest’anno senatore nelle file della Lega, figura di spicco del Family day e amico dell’ultracattolico ministro della famiglia Lorenzo Fontana.

Il disegno di legge che porta il suo nome si propone di riformare l’affido condiviso dei figli e il loro mantenimento, attraverso la attuazione di alcuni obiettivi chiave quali la bigenitorialità perfetta, il mantenimento diretto e la mediazione familiare obbligatoria.

Come dicevamo, il progetto di legge ha scatenato durissime reazioni da diverse parti, sia politiche che sociali, ed ha addirittura attirato l’interesse dell’ONU. Nonostante Pillon e i suoi sostenitori sostengano che si tratta di un provvedimento avanguardista, necessario perché l’attuale legge sull’affido è inadeguata, la proposta è stata definita “una legge medievale” e “un disegno di legge pericoloso, in particolare per le donne e i bambini vittima di violenza domestica”. I primi ad opporsi infatti sono stati i Centri Antiviolenza e le associazioni che vi ruotano attorno, seguiti e supportati dai pareri di moltissimi psicologi e avvocati che si occupano di separazioni.

Nel testo approdato in Parlamento il 10 settembre, si legge innanzi tutto che le coppie con figli minori che intendono separarsi dovranno obbligatoriamente rivolgersi a un mediatore familiare il quale li aiuti a trovare un accordo. Secondo gli ideatori ciò servirebbe a far si che l’accordo sia ispirato all’interesse dei figli. Le critiche,invece,mettono in evidenza sia la circostanza che gli incontri con il mediatore sarebbero a pagamento (aggravando dunque le spese già ingenti necessarie per separarsi), sia il fatto che la mediazione familiare è stata esclusa dalla Convenzione di Istanbul perché considerato uno strumento pericoloso nei casi di violenza familiare, nei quali in pratica carnefici e vittime sono costretti a dialogare e accordarsi tra loro.

Altro punto centrale del disegno di legge è la bigenitorialità perfetta, cosicché i figli debbano trascorrere tempi paritari con entrambi i genitori, a tal scopo istituendo anche la doppia residenza/domicilio dei figli. Salvo diverso accordo tra le parti dovrà essere garantita “alla prole la permanenza di non meno di dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre”.

Sarebbe eliminato inoltre l’assegno di mantenimento, sostituito dal mantenimento diretto e proporzionale al reddito di ciascun genitore, che dovrà provvedere alle spese ordinarie relative ai figli nel periodo in cui essi gli sono affidati. Nel caso in cui uno dei due genitori resti nella casa familiare dovrà versare all’altro, se ne è proprietario, un indennizzo (quindi un canone di affitto) e nell’articolo 11 si legge comunque che chi non può ospitare i figli in spazi adeguati può perdere il diritto a tenerli con sé in tempi paritetici.

Se è vero che l’affido condiviso (con alternanza) è applicato nel concreto in percentuali estremamente basse in Italia rispetto alla media europea, risulta difficile non accorgersi di come l’attuazione di gran parte di questo provvedimento risulti problematico in un paese come il nostro dove la occupazione femminile raggiunge solo il 48,8 per cento (penultimo posto in Europa, dietro di noi solo la Grecia) e dove la cura della casa e della famiglia ricade quasi esclusivamente sulle stesse donne.

Chi si oppone a tale provvedimento mette in evidenza che in base ad esso i costi per la separazione si innalzano notevolmente, rendendo più difficile sostenere tale procedimento per chi non è abbiente, con il risultato che chi non può permetterselo ci penserà due volte in più prima di separarsi. Si è messo in luce quindi come l’affido condiviso sia un modello che funziona molto bene in paesi dove i livelli di parità di genere sono più alti che da noi (il Belgio o la Svezia) e dove funzionano inoltre numerose misure a sostegno della genitorialità. Ulteriore punto dolente sarebbero poi i disagi non trascurabili dei figli, costretti a spostarsi molto spesso da una casa all’altra.
Il progetto di legge, infine, propone di combattere la alienazione parentale, che consisterebbe in una malattia psichiatrica alienante che spingerebbe uno dei genitori a manipolare i figli mettendoli contro l’altro genitore. Ad oggi l’OMS non l’ha riconosciuta come malattia e gran parte della comunità scientifica internazionale è scettica sul tema.

Dunque il quadro che emerge da questa prima versione del provvedimento rischia di non essere dei migliori.
L’eco del ddl Pillon è giunto addirittura fino all’ONU, che in una lettera al Governo Italiano ha espresso preoccupazione poiché esso conterrebbe “disposizioni che potrebbero comportare una grave regressione, alimentando la disuguaglianza e la discriminazione basate sul genere, e privando le vittime di violenza domestica di importante protezione”.
Dopo la presentazione del testo in Parlamento in molti (in particolare esponenti del Pd e di Forza Italia) hanno ritenuto il testo inemendabile e ne hanno chiesto il ritiro. Il Movimento 5 stelle, partner di maggioranza, ha fatto sapere quasi subito in una nota che nella maggioranza era in corso un confronto e che persistevano dubbi sul provvedimento, il quale non avrebbe ottenuto l’appoggio necessario per essere approvato, a meno che non si intervenisse con consistenti modifiche.

Resta dunque da attendere l’esito delle discussioni e capire quanto e come il testo originale sarà trasformato, auspicando che in una materia così delicata possano essere accordate più voci possibili.

 

-Giuliana Falcone

Author: Caterina Bracciano

Share This Post On

Rispondi