DDA e DIA: contrasto alla criminalità organizzata

Sovente lo Stato si trova a dover affrontare alcuni fenomeni incompatibili con gli ideali celebrati nella nostra Costituzione. Mi riferisco a fenomeni criminosi, radicati nella società, che danno vita ad oppressione, minacce e corruzione.

Cosa fa lo stato nella lotta contro il crimine organizzato? Orbene, esistono due istituzioni che spiccano in tal senso: la DDA e la DIA. Ambedue sono frutto dell’intuito di Giovanni Falcone, che aveva compreso come le grosse organizzazioni criminali e terroristiche, non potessero essere efficacemente combattute dalle sole procure della Repubblica o da singoli reparti di polizia, ma occorreva appunto un organo coordinato a livello nazionale che potesse spostarsi agevolmente tra le province e monitorare l’andamento criminale su tutto il territorio nazionale.

Le Direzioni distrettuali antimafia (DDA) sono disciplinate dall’art. 5 del d.l. 1991 n. 367, convertito in l. 1992 n. 8, in materia di coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata, istituendo altresì la figura del procuratore nazionale antimafia.  Le DDA sono costituite nell’ambito delle procure della Repubblica, ergo, rappresentano un organo giudiziario delle stesse, che si colloca presso i tribunali dei capoluoghi dei 26 distretti di corte d’appello, a cui viene demandata la competenza sui procedimenti relativi ai reati di stampo mafioso (ex articolo 51, c. 3-bis, del ccp). Il compito di costituire le singole DDA spetta al procuratore della Repubblica che, nell’ambito del suo ufficio, delega funzioni ai PM in primo grado in relazione ai delitti, consumati o tentati, inerenti ai reati di associazione di tipo mafioso, sequestro di persona a scopo di estorsione, e attività connesse (es. associazione finalizzata al traffico di stupefacenti o finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri). Alla DDA è preposto il procuratore distrettuale o un procuratore aggiunto. In genere, è il procuratore distrettuale, sentito il procuratore nazionale antimafia, che designa i magistrati che devono far parte (da 2 a 8 anni) della DDA, esclusi gli uditori giudiziari. Le DDA sono coordinate a livello nazionale dalla Direzione nazionale antimafia (DNA), incardinata nella procura generale presso la Corte Suprema di Cassazione. Essa ha poteri di sorveglianza, controllo e avocazione ex art 371 cpp, per tutti i procedimenti connessi o collegati e dispone l’obbligo per gli uffici del PM di coordinarsi, scambiando atti, informazioni e direttive impartite dalla procura alla polizia giudiziaria. Qualora il coordinamento non dovesse aver luogo, la DNA può avocare le indagini.

La Direzione Investigativa Antimafia (DIA) è stata istituita con il d.l. 1991, n. 345, convertito in l. 1991, n. 410, poco prima delle DDA. E’ un organo interforze i cui membri appartengono alle forze di polizia italiane e dal personale civile dell’amministrazione dell’interno (appartenente alla pubblica sicurezza). Il Direttore della DIA è nominato a rotazione tra un dirigente superiore della Polizia di Stato, un Generale di Brigata dei CC e della Guardia di Finanza con competenze nel settore d’interesse. Per l’esercizio delle sue funzioni, il direttore si avvale di due vicedirettori, uno dei quali è anche vicario, col compito di sovrintendere rispettivamente alle attività operative e amministrative. L’organizzazione si compone di una struttura centrale a Roma, articolata in 3 reparti (” Investigazioni preventive”,” Investigazioni giudiziarie” e “Relazioni internazionali ai fini investigativi”), 7 uffici e di una struttura periferica, costituita da 12 centri operativi e 9 sezioni operative, per un totale di circa 1300 uomini. Si occupa principalmente di attività investigative e di analisi, con competenza su tutto il territorio nazionale. L’investigazione concerne, generalmente, delitti di associazione di tipo mafioso.  Di particolare importanza è la prerogativa che ha il direttore della D.I.A. nel proporre ai Tribunali competenti per territorio l’irrogazione di misure di prevenzione, sia a carattere personale (es: sorveglianza speciale…) e sia patrimoniale (es: sequestro dei beni).

Molto si è discusso sulla permanenza di ambo gli organi, tuttavia, non si possono negare gli innumerevoli passi avanti a cui si è giunti nel campo della lotta alla mafia, con l’ausilio delle suddette istituzioni.

 

-Emanuela De Falco

Author: Caterina Bracciano

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