CRONACA NERA: Marta Russo(Roma, 1997)

Il mondo del diritto, personificato dai suoi studiosi più illustri, i quali col loro operato hanno trasmesso chiarezza e concretezza ai principi ed alle norme che affollano le pagine dei codici, spesso si è scontrato con quello della cronaca nera, dei crimini più efferati: esempi eclatanti ed imperituri sono gli attentati ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, perpetrati esattamente 25 anni fa in ambienti popolati da cosche mafiose e contestazioni pubbliche.

Il 14 maggio 2017, invece, è ricorso il 20esimo anniversario di un delitto che, nonostante avesse scatenato all’epoca un forte clamore mediatico, oggi è pressochè ignoto alle coscienze dei giovani giuristi: quello della studentessa Marta Russo.

Marta Russo, all’epoca dei fatti, aveva 22 anni(era nata il 13 aprile 1975), e dopo aver conseguito il titolo di campionessa regionale di scherma aveva deciso di dedicarsi completamente allo studio del diritto: frequentava, infatti, la facoltà di Giurisprudenza all‘Università La Sapienza di Roma, ed è proprio all’interno della suddetta Città Universitaria che si radica il mistero della sua morte, ed in particolare all’incrocio tra le facoltà di Scienze Statistiche, Scienze Politiche e Giurisprudenza(la vicenda è nota anche come “delitto della Sapienza”).

Il 9 maggio 1997, tra le ore 11:35 e le ore 11:42, Marta fu colpita alla nuca, dietro l’orecchio sinistro, da un proiettile calibro 22, il quale nell’impatto si frammentò in 11 pezzi, causando danni irreversibili; la vittima, in quel momento, stava camminando con un’amica in un vialetto interno del complesso universitario. In ragione dei danni causati dalle schegge di piombo, Marta cadde in coma irreversibile: il trasporto d’urgenza al vicino Policlinico Umberto I fu pertanto inutile, ed alle ore 22 del 13 maggio i medici constatarono la morte cerebrale della paziente; il giorno seguente, 14 maggio, i genitori e la sorella della donna decisero di donare i suoi organi(assecondando una volontà espressa in precedenza dalla stessa Marta), e la notte stessa furono spenti i macchinari che alimentavano il suo corpo.

Per ricostruire la scena del delitto, ed in particolare il cortile dell’Università, fu utilizzata una videocamera laser tridimensionale unica in Italia, appartenente alla facoltà di Architettura dell’Università Degli Studi Di Ferrara: nonostante in quel giorno si ricordassero le controverse uccisioni di Aldo Moro, Peppino Impastato e Giorgiana Masi(studentessa colpita da un proiettile vagante durante una manifestazione a Roma nel 1977), e nonostante nei giorni precedenti si fosse registrata una clamorosa vittoria della destra alle elezioni studentesche, le indagini ed i rilievi mostrarono che la morte di Marta Russo fosse avvenuta “per errore”.

Scartata, dunque, la pista politica, le investigazioni si addentrarono nella teoria dello scambio di persona o del comportamento colposo(evento non voluto): dopo aver concentrato i sospetti sull’impresa di pulizie Pul. Tra, in quanto in locali utilizzati da quest’ultima erano stati rinvenuti bossoli, cartucce, parti di armi e silenziatori artigianali(oltre al fatto che nell’abitazione di uno dei dipendenti era stata sequestrata una rivoltella a salve modificate per accogliere anche proiettili calibro 22), le autorità competenti diressero la loro attenzione verso l’Aula assistenti dell’Istituto di filosofia del diritto al secondo piano della facoltà di Giurisprudenza, in quanto sul davanzale era stata rinvenuta una particella di ferro-bario-antimonio, metalli pesanti compatibili con la polvere da sparo ed i proiettili(quest’analisi fu ritenuta dalla Corte Di Cassazione, nel 2001, “un errore”).

A seguito di varie testimonianze, tra le quali quelle di una dottoranda e di una segretaria dell’Istituto, ottenute con metodi considerati discutibili dall’opinione pubblica(pressanti al limite della minaccia), furono imputati Giovanni Scattone, dottorando in teoria generale del diritto e filosofia della politica ed assistente non retribuito, e Salvatore Ferraro, già dottore di ricerca in Giurisprudenza ed anch’egli assistente: il Pubblico Ministero, che aveva parlato di “movente consistente in assenza di movente”, al termine del processo di primo grado(che fu aperto al pubblico e trasmesso in diretta ed in differita per attenuare le critiche sulla gestione dell’inchiesta) chiese per entrambi la condanna a 18 anni di reclusione per concorso in omicidio volontario causato da dolo eventuale(ma con la concessione delle attenuanti generiche)e detenzione illegale di arma da fuoco.

Il dibattimento si concluse nel 1999 con la condanna di Giovanni Scattone a 7 anni per omicidio colposo aggravato dalla colpa cosciente(escludendo dunque il dolo)e possesso illegale di arma da fuoco, e con la condanna di Salvatore Ferraro a 4 anni per favoreggiamento personale; il collegio giudicante, nella sentenza, legittimò anche l’operato della Procura nell’acquisizione delle testimonianze e nella conduzione degli interrogatori.

Il giudizio d’appello confermò la sentenza di primo grado, con un aumento di pena a 8 anni per Scattone, in quanto fu considerato consapevole del fatto che la pistola fosse carica, ed a 6 per Ferraro, il quale fu giudicato colpevole anche del reato di detenzione illegale di arma da fuoco: nel frattempo si era sviluppato, in risposta alla colpevolizzazione mediatica iniziale ed alle modalità inquisitorie d’investigazione, un movimento innocentista comprendente rappresentanti del mondo giuridico, accademico e giornalistico.

Il 6 dicembre 2001 la Corte Di Cassazione annullò con rinvio la sentenza d’appello, definendo “illogiche” e “contraddittorie” le perizie, le quali avrebbero reso viziata la sentenza(si parlò, infatti, di “verdetto contraddittorio”): il nuovo processo d’appello, che vide l’accusa chiedere pene di non trascurabile entità(22 anni di reclusione per Scattone e 6 per Ferraro), si concluse con una condanna a pene più miti, 6 anni a Scattone e 4 a Ferraro.

La V Sezione Penale della Cassazione, il 15 dicembre 2003, si espresse in ultima istanza su questa vicenda giudiziaria, condannando Giovanni Scattone a 5 anni e 4 mesi e Salvatore Ferraro a 4 anni e 2 mesi: fu eliminato per entrambi il reato di detenzione illegale di arma da fuoco, essendo impossibile determinarne la provenienza, e non furono comminate pene accessorie; la famiglia della vittima accolse la ricostruzione circa l’omicidio colposo.

Nel maggio 2011 la XIII Sezione del Tribunale Civile di Roma condannò Scattone e Ferraro al risarcimento di circa 1 milione di euro(rispettivamente al pagamento di circa 980000 euro e circa 20000 euro)in favore dei familiari di Marta Russo, ed al pagamento delle spese giudiziarie e detentive a favore dello Stato italiano, stabilendo inoltre che l’Università La Sapienza non potesse essere considerata responsabile della morte di Marta: a tal proposito, Ferraro fu condannato a versare all’Ateneo 28000 euro a titolo di risarcimento per danno all’immagine; nell’aprile 2013, la Cassazione ha confermato la condanna pecuniaria a titolo di rimborso delle spese processuali e della detenzione carceraria nei confronti di Ferraro, per un ammontare di 300468 euro.

Nel 1999, i rei avevano presentato due ricorsi separati alla Corte Europea Dei Diritti Dell’Uomo, contestando in particolare: carcerazione lunga; pressioni psicologiche ai testimoni; piste alternative non seguite; il contraddittorio in aula negato tra testimoni a carico e testimoni a discarico.

I dubbi circa la colpevolezza sostanziale di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro non si sono dissipati: attualmente, si continua a scavare entro piste alternative.

Per leggere le motivazioni della sentenza conclusiva della vicenda processuale: http://www.avvocatinovara.com/processo-marta-russo-le-motivazioni-della-sentenza-della-cassazione/

Author: Rossella Giuliano

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