Covid-19: stare a casa è un bene per tutti?

Articolo di Martina Formisano

Stare a casa. Questo l’obbligo al quale tutti noi abbiamo dovuto sottostare in questi mesi: uscire il meno possibile, solo se strettamente necessario, per fare la spesa, andare in farmacia, portare fuori il cane. Ci ha dato il tempo di riscoprire quelle piccole gioie di casa che per colpa della nostra vita sempre di corsa avevamo dimenticato. Un dolce fatto in casa, una cena consumata in famiglia, un gioco fatto tutti insieme, quel libro che tanto volevi leggere, finalmente l’hai finito, l’esame che ti tormentava hai avuto il tempo di studiarlo come si deve, familiari che hanno riscoperto il piacere dello stare insieme.

Eppure, durante questa quarantena, c’è un altro nemico da combattere, oltre il Covid19 e la paura del contagio, è un nemico altrettanto silenzioso, si nasconde dentro le mura di una casa che dall’esterno sembra apparentemente normale, ma che si porta dentro tante ferite, alcune più profonde di altre.

Questo nemico, si chiama Violenza di Genere.

Da anni si combatte contro di esso per cercare di restituire quella dignità che sentono di aver perso, scappano da quelle quattro mura che per molti di noi sono un rifugio, ma per altri un infermo. Sono 3.230, le donne uccise dal 2000, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del proprio partner o ex partner. Sono in costante aumento negli ultimi cinque anni le violenze sessuali denunciate, che raggiungono nel 2018 le 4.886 unità, con una crescita del 5,4% sul 2017.

È una problematica messa in luce anche dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), per cui una donna su tre subisce abusi fisici o sessuali e quando c’è una situazione di crisi, come disastri naturali, guerre o epidemie, il rischio di violenza aumenta vertiginosamente.

Essendoci stato l’obbligo dello stare a casa, i centri antiviolenza sono stati costretti a chiudere fisicamente, restando comunque attivi H24 telefonicamente. Senza la possibilità di uscire di casa per le donne non è semplice trovare il tempo e la possibilità di chiamare i centri. Potrebbero essere sentite dal partner e quindi mettersi in una situazione ancora più rischiosa. A questa condizione si collega quindi il primo fenomeno che bisogna analizzare: un drastico calo del numero delle telefonate e delle richieste di contatto ai centri antiviolenza da parte delle donne in difficoltà.

In Italia è stato messo a disposizione delle vittime di violenza il numero 1522 al quale rivolgersi H24 per chiedere aiuto, anche con una app. L’appello rivolto da diverse parti è stato accolto dal governo con una campagna tv e online. Purtroppo, la cronaca continua, intanto, a registrare violenze. Una situazione particolarmente difficile per le madri che, dalla violenza, si trovano a proteggere non solo loro stesse ma anche i propri figli.

In questi mesi in Italia si è registrato un incremento del 74% delle chiamate in più rispetto allo stesso periodo del 2019, un paio di mesi sono serviti a fare vivere a queste donne, attimi di vero e puro terrore.

Eppure, l’emergenza non è ancora finita, queste donne non sono ancora libere, molto probabilmente non lo saranno neanche dopo la pandemia, perché la paura di denunciare, la vergogna, molte volte supera anche la paura stessa di quello che ti accade. Per cui le donne devono sapere, a gran voce che non sono sole.

Né durante il Covid19, né dopo.

Author: Mariachiara Coppolino

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