Coronavirus: non solo risvolti negativi

La diffusione del Covid-19 si è abbattuta sul mondo come un fulmine a ciel sereno: per la maggior parte delle persone si è trattato infatti di un evento inimmaginabile, se non addirittura innaturale, tanto da essere necessariamente ricondotto ad una qualche spiegazione fantascientifica, da cui la proliferazione di fake news e congetture astruse.
Un’altra porzione della popolazione globale, probabilmente seguace della filosofia vichiana, ha invece guardato alla pandemia come ad un fenomeno già noto alla storia, ma che in un mondo globalizzato come il nostro non poteva che tradursi in un mostro di tale portata.
Eppure la pandemia, nella sua tragicità, ha saputo dispensare degli insegnamenti: l’umanità ha riscoperto i valori della semplicità e della famiglia: la convivenza forzata ci ha portato a riscuoterci dalla frenesia della routine, per tornare a godere della compagnia dei nostri cari; mentre chi è stato costretto alla solitudine ha dovuto farvi i conti. Abbiamo capito che la sanità è uno dei settori più importanti di uno Stato, per cui deve essere supportata e non martoriata. Abbiamo imparato che lavorare da casa è possibile; che studiare telematicamente è concepibile e che sarebbe quindi un’ottima soluzione per gli studenti lavoratori. Insomma abbiamo riscoperto la gerarchia delle priorità e sarà fondamentale non dimenticarla una volta tornati alla vita di sempre.
La risposta della natura all’emergenza è stata, tuttavia, l’insegnamento più grande che potessimo ricevere: i mari sono tornati limpidi e le immagini satellitari hanno mostrato un’impressionante riduzione delle emissioni di biossido d’azoto.

 Situazione inquinanti in Italia prima e dopo le misure prese contro il Coronavirus

A Febbraio le misure adottate dalla Cina hanno infatti provocato una riduzione del venticinque per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto all’anno precedente: duecento milioni di tonnellate in meno, l’equivalente delle emissioni prodotte dall’Egitto in un anno. Secondo uno studio, ciò ha evitato almeno cinquantamila morti per inquinamento atmosferico, cioè più delle vittime del Covid-19 nella stessa parentesi temporale. Questi dati ci rincuorano, ma la storia, anche in questo caso, ci insegna che dopo ogni crisi economica, di cui la natura beneficia, segue un incremento della produzione industriale per fronteggiare i danni economici, con un conseguente rincaro delle emissioni.
Sta a noi giuristi, dunque, cogliere quest’occasione per mediare tra le esigenze economiche e il fondamentale diritto alla salute, strettamente correlato alla crisi climatica, che è destinata solo a peggiorare se non fronteggiata immediatamente. Secondo una stima del “Climate Impact Lab” del 2018, entro la fine del secolo si conterebbero ogni anno un milione e mezzo di decessi correlati al cambiamento climatico.
Per concludere, guardando un’ultima volta alla storia, non a caso detta “magistra vitae”, ricordiamo che la rivoluzione industriale è iniziata alla metà del XVI secolo, ciò significa quindi che l’uomo ha iniziato ad inquinare circa trecento anni fa. Se dunque, in appena trecento anni, a fronte dei quattro miliardi di vita della terra, siamo stati in grado di causare danni di tale portata, quanto pensate che potremmo continuare prima di distruggere completamente il pianeta?
L’auspicio e l’appello è di mobilitarci tutti per ottenere una solida strategia normativa, in grado di frenare la rovinosa caduta che stiamo vivendo; perché se una soluzione deve essere trovata, potrà trovarla solo la legge.

 

Articolo di Giulia Maddaloni

Author: Mariachiara Coppolino

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