Coronavirus: i sintomi sull’apparato economico

 

E’ passato più di un mese dalla scoperta del nuovo patogeno di Wuhan (due, se si considera che i primi casi non rivelati dalla Cina risalgono a dicembre) e poco più di due settimane dalla sua diffusione nel nostro paese.

In tempo brevissimo, l’Italia è passata da stato europeo con qualche decina di contagiati (chi a causa di viaggi recenti per scambi culturali od affari, chi invece era già presente come turista ma totalmente ignaro di essere portatore del virus) a terzo focolaio per numero di infetti e seconda nazione in quanto a decessi su scala mondiale. Ad oggi, si contano più di 3000 persone confermate positive al Covid-19, di cui 295 in terapia intensiva e 107 i deceduti.

La maggior parte degli stati, ora, consiglia ai propri cittadini di tenersi alla larga dal “Bel Paese”, dato l’aumento dei casi riconducibili a chi recentemente vi si è recato. Nonostante ciò, è ancora lontana l’ipotesi di una chiusura delle frontiere.

Aldiquà del confine, invece, è frenetica la reazione del governo, che sta adottando ogni misura possibile per evitare un’ulteriore diffusione del virus: dall’istituzione di una zona rossa comprendente i luoghi in cui hanno iniziato a moltiplicarsi i soggetti positivi fino al DPCM adottato il 4 marzo che impone la chiusura di luoghi di istruzione e intrattenimento pubblico fino al 15 dello stesso mese.

Intanto, infuria la battaglia politica, tra chi accusa il governo di assoluta inefficienza per non aver immediatamente chiuso le frontiere, a chi accusa altri membri dell’UE a non aver eseguito altrettanti tamponi di verifica sulla popolazione (e consecutivamente dichiarando meno contagiati), a chi ancora invita a rimanere tranquilli di fronte alla nuova minaccia, definendola poco più di un’influenza stagionale.

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Mentre da tutti i fronti arrivano notizie poco incoraggianti, da quello economico e finanziario giungono quelle più disastrose e preoccupanti. Se la Cina ha registrato un fortissimo rallentamento della crescita del Pil, che sta scendendo al disotto del 5% con un calo dell’attività produttiva che ha superato i livelli della crisi del 2008, il prodotto interno lordo globale invece (di cui il paese asiatico rappresenta 1/6 della stima), secondo l’Ocse, potrebbe addirittura registrare un trend negativo nel primo trimestre del 2020, con una perdita dello 0,5%. A subire gli effetti più devastanti saranno le economie dei paesi che annoverano Pechino come principale partner commerciale, tra cui vi è il Giappone, gli Stati Uniti e la Corea.

Gli ingenti investimenti delle banche nel mercato azionario, per stimolare la produzione, stanno per il momento cercando di limitare i danni, anche grazie allo sforzo che si sta applicando nella costruzione continua di nuove infrastrutture per fronteggiare l’epidemia.

Da questa situazione, l’articolo di Edoardo Frattola, de La Repubblica, pone alcuni possibili scenari: Nel breve periodo, un virus molto contagioso ma poco letale è più dannoso per l’economia di un virus molto letale ma poco contagioso, poiché è in grado di generare shock più forti sia nei consumatori sia nelle imprese. L’effetto (contenuto) di lungo periodo, invece, dipende esclusivamente dalla riduzione permanente dell’offerta di lavoro e quindi dalla letalità della pandemia. (…) L’effetto sul commercio internazionale è più forte di quello sul Pil, per cui il danno economico è maggiore per i paesi che più dipendono dagli scambi internazionali.”

Per i paesi in via di sviluppo africani, arabi e sudamericani, a causa della loro dipendenza non solo dall’import-export ma anche dagli investimenti cinesi sul loro territorio, le conseguenze saranno importanti perdite di fondi investiti nello sviluppo e una riduzione di potere d’acquisto. Molte aziende statali subsahariane e maghrebine, ad esempio, hanno dovuto bloccare la spedizione dei carichi di petrolio e minerali verso la Cina a causa della sospensione dell’attività di molte fabbriche, costringendole a rivendere al miglior offerente la merce con un prezzo scontatissimo. Sacrifici che verranno colmati, in futuro, con tariffe astronomiche.

Secondo Goldman Sachs,il coronavirus potrebbe avere lo stesso effetto nel mercato petrolifero che il virus Sars diffuso nel 2002-2003. Con un crollo del prezzo del petrolio del 20%”. E’ il caso di una crisi dell’economia reale che potrebbe presto riflettersi su quella finanziaria, il contrario di quanto avvenuto nella Grande Recessione.

Ciò che preoccupa è l’Italia, considerata nuovo epicentro dell’ondata influenzale, con cui sempre meno paesi vogliono avere a che fare. Immediati sono gli impatti negativi sul mercato dei beni di lusso e soprattutto sul turismo (con picchi di cancellazioni di prenotazioni che in veneto toccano il 90%).  Altri risultati negativi sono causati dalla sottrazione dei guadagni mancati delle sempre più attività commerciali sospese, dalle imposte non prelevate nelle zone più interessate dall’epidemia e dalle spese di sostentamento dei malati, le loro famiglie e le persone in quarantena.

In questo scenario, nonostante la concessione di mutui a interesse zero e altre manovre agevolanti, un’azienda su 10 è a rischio fallimento, come certificato dall’agenzia di rating Cerved Rating Society. La flessione del Pil aumenterebbe nuovamente dall’1% al 3%, nullificando i progressi fatti fino ad ora.

Ci sono due cose che però danno speranza: la prima è che l’epidemia si riesca a contenere e duri fino a metà anno (cosa ancora incerta) e che i privati riescano a recuperare i livelli produttivi precedenti, e l’altra è l’avvento del così detto smart working, che come spiegato dal Corriere della Sera, “è un modo per favorire la prosecuzione dell’attività assecondando l’esigenza di limitare i contatti personali. (…) È, infine, la prima epidemia dell’epoca di Amazon e degli acquisiti online, un altro modo per ridurre la frequenza dei contatti senza alterare troppo le decisioni di acquisto, almeno per alcuni prodotti.”

D’altro canto però, se il Coronavirus si espandesse e diventasse addirittura una pandemia, sempre più città verrebbero coinvolte, rallentando progressivamente l’apparato produttivo e portando alla sparizione di tante piccole e medie imprese che non potrebbero sostenere il lungo periodo di inattività, o alla chiusura di filiali di grandi multinazionali che riterrebbero molto più conveniente cercare manodopera altrove.

Se il livello di infezione arrivasse ad essere tale anche in altri stati dell’Eurozona, sarebbe necessaria una maggiore distribuzione di aiuti economici, che diverrebbero anche più limitati. Infine, se si giungesse presto ad una conclusione, rimarrebbe comunque la stigmate del modo in cui ora ci vedono gli stranieri, che con l’ultima trovata satirica di una tv francese confermano che l’idea dell’Italia come posto sicuro e confortevole da visitare potrebbe cambiare per lungo tempo. Mentre se ne parla, la virologa Ilaria Capua ha dichiarato che i contagiati potrebbero essere 100 volte di più di quelli già noti.

 

 

Articolo di Rocco Mario Cristiano

Author: Mariachiara Coppolino

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