Contact tracing e tutela della privacy

Per spezzare la catena di contagio del Coronavirus, risulta fondamentale individuare le persone positive e ricostruirne i contatti stretti. Ecco perché, nelle ultime settimane, sembra assumere un ruolo sempre più importante il contact-tracing digitale, ovvero la ricostruzione dei contatti per via tecnologica.

In cosa consiste il contact tracing digitale?

Sostanzialmente, si tratta di una app da installare sul proprio smartphone, il cui scopo è ricostruire i contatti avuti dai contagiati negli ultimi giorni, segnalare a tutti la presenza di positivi nelle vicinanze e avvisare chi è entrato in contatto con i contagiati.

L’idea, nata in Corea del Sud, si è presto diffusa globalmente.

Tale tecnologia, però, ha sollevato una serie di dubbi ed incertezze riguardo la tutela della privacy. Ciò che desta maggiore preoccupazione è il tracciamento degli spostamenti dell’individuo e l’utilizzo dei personal data. Una domanda sorge, dunque, spontanea: “è giusto limitare la nostra privacy per salvaguardare il diritto collettivo alla salute?”.

Sembrerebbe che l’emergenza coronavirus abbia evidenziato l’equilibro fragile tra diritti costituzionalmente garantiti, richiedendo un nuovo bilanciamento tra difesa delle proprie libertà ed interesse collettivo alla salute.

Secondo l’avv. Lorenzo Cairo, però, il dibattito non dovrebbe vertere sulla compressione del diritto alla privacy per tutelare il diritto alla salute ma sulle soluzioni che si possono adottare per minimizzare la compressione del primo diritto per garantire il secondo. “Non dovremmo quindi parlare del se adottare o meno una app per tracciare le catene di contagio ma del come questa possa essere utilizzata in modo che i benefici, in termini di potenzialità di contrasto alla diffusione del virus, non siano inferiori agli effetti collaterali in termini di compressione del diritto alla riservatezza”.

La stessa giurisprudenza europea (rimarcando i criteri di necessità, proporzionalità e minimizzazione) ha indicato l’esigenza di contenere  limitazioni della privacy nella misura strettamente necessaria a perseguire fini rilevanti. In quest’ottica, il 21 Aprile, l’EDPB (il Comitato Europeo per la protezione dei dati) ha pubblicato le Linee Guida sulle app di contact tracing ed ha ribadito che, ai fini del principio di minimizzazione, le app non devono far uso dei dati di geolocalizzazione relativi agli individui, ma possono acquisire solo i dati di prossimità (utilizzando la tecnologia Bluetooth). Inoltre, l’EDPB ha specificato l’importanza del fatto che le app vengano installate volontariamente e funzionino riducendo al minimo il rischio di identificazione degli individui (utilizzando quindi codici casuali al posto di nomi).

In Italia, l’ordinanza n. 10/2020 del 16 aprile ha ufficialmente individuato l’app anti-contagio (Immuni) e con il decreto legge n.28/2020 si è stabilito che il  suo funzionamento si avvalga di un’unica piattaforma nazionale di titolarità pubblica appoggiata a infrastrutture situate esclusivamente sul territorio italiano.

Con il d.l. 28/2020 si è legiferato, inoltre, che:

  • Il titolare del trattamento dei dati è il Ministero della Salute;
  • Il trattamento può avvenire solo per le finalità previste dalla legge;
  • Si deve garantire l’assoluto anonimato degli utenti;
  • Il non utilizzo della applicazione è una libera scelta che non deve comportare discriminazioni di sorta e/o restrizioni alla libera circolazione.

Il primo giugno il Garante della privacy ha emesso parere favorevole all’avvio della sperimentazione della app, deliberandone la sostanziale conformità ai principi in tema di privacy (per un approfondimento sulla valutazione del Garante Valutazione garanteprivacy ). Nonostante alcune vulnerabilità della app sottolineate dal Garante (cui il Ministero della Salute ha l’onere di migliorare in 30 giorni), Immuni sembrerebbe essere un’applicazione più sicura rispetto molte altre utilizzate ogni giorno (che hanno accesso al GPS, alla fotocamera ed altri dati sensibili).

Seppur i dubbi siano leciti ed una sufficiente garanzia della privacy sia necessaria, i dibattiti e le polemiche creatosi in questi mesi pongono una questione: nell’epoca della digitalizzazione, in cui dati sensibili vengono quotidianamente pubblicati, solo ora gli utenti prendono consapevolezza del valore della propria riservatezza?

Author: Mariachiara Coppolino

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