Come funziona la pratica forense? Se funziona…

La pratica forense (rinominata “tirocinio professionale”) è lo step successivo alla laurea per chi vuole intraprendere l’agognata carriera da avvocato.
Requisito necessario per sostenere l’esame di stato sono appunto i 18 mesi di pratica (prima erano 24, sono stati ridotti dalla L. 247/2012): i modi per svolgerli sono diversi.
C’è innanzitutto la possibilità di fare pratica presso uno studio privato, presso l’Avvocatura di Stato o in un altro Paese dell’Unione Europea presso professionisti legali.
Particolarmente interessante per noi studenti sarebbe la possibilità, contemplata dalla norma, di iniziare la pratica con 6 mesi di anticipo durante l’ultimo anno di università; al momento manca, però, l’imprescindibile convenzione quadro tra CNF (Consiglio Nazionale Forense) e la Conferenza Nazionale dei Presidi e Direttori dei Dipartimenti di Giurisprudenza, nonostante siano ormai passati ben 2 anni dall’entrata in vigore della legge.
Chi intraprende il percorso delle SSPL (Scuole di Specializzazione per le Professioni Legali) dopo i 2 anni necessari per ottenere il diploma si vede riconosciuto un anno di pratica ma è comunque necessario svolgere altri 6 mesi presso uno studio legale privato.
Abbiamo, infine, le scuole forensi ma il regolamento ministeriale non è stato ancora emanato per cui la norma rimane lettera morta, almeno per il momento.

Il quadro quindi è abbastanza variegato ma in realtà la modalità principale rimane quella della pratica presso uno studio privato.

Vero punto dolente è quello della retribuzione.
Innanzitutto di vera e propria retribuzione non si può parlare: si tratta del famoso rimborso spese.
La norma ci rassicura: “Negli studi legali privati, al praticante avvocato e’ sempre dovuto il rimborso delle spese sostenute per conto dello studio presso il quale svolge il tirocinio” (art 41 della L 247/2012); oserei dire che è il minimo indispensabile, se si dovessero addirittura sostenere le spese per lavorare sarebbe il colmo! L’articolo continua: “…possono essere riconosciuti con apposito contratto al praticante avvocato un’indennità o un compenso per l’attività svolta per conto dello studio, commisurati all’effettivo apporto professionale dato nell’esercizio delle prestazioni e tenuto altresì conto dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio da parte del praticante avvocato.”
Il problema sta proprio nel verbo “potere”: non c’è un obbligo al carico del dominus di pagare il proprio tirocinante ma solo una mera possibilità (e se per caso fortuito lo volesse fare non si capisce quale sia questo “apposito contratto”).
Nella stragrande maggioranza dei casi i praticanti non vengono pagati, si ritiene che il loro lavoro sia retribuito con la possibilità di poter imparare il mestiere, di avere l’onore di poter vedere questi principi del foro all’opera. In realtà il praticante spesso non apprende nulla, i suoi compiti sono ridotti a fotocopiare, correre da un’udienza all’altra come un facchino e spesso un vero atto processuale non lo vede neanche con il binocolo. Tutto questo per giunta gratis (o quasi).
Forse sarebbe stato più pertinente rinominare la pratica forense “volontariato”.

Claudia Bisconti

Author: Claudia Bisconti

Share This Post On

Rispondi