Class action: un’analisi d’insieme

Avete mai sentito dai notiziari o letto sui quotidiani della class action? Cosa starà ad indicare?

Ebbene, questa parola denota un’azione di classe posta a tutela degli interessi di consumatori e utenti. Se vi starete chiedendo il motivo della sua presenza nel nostro ordinamento, è doveroso accennarne l’origine, in un’ottica comparativista.
L’affermazione più “organica” di ‘Class Action’ la si ebbe con la federal rule n. 23 del 1938 la quale delineva i requisiti che la class action deve avere e che sono: un numero rilevante delle persone che può riguardare, ergo un gruppo con una comunanza di situazioni giuridiche e di fatto da tutelare che siano tipiche della situazione giuridica e adeguate alla rappresentazione di questioni generali rispetto alle personali e la economicità dell’azione a fronte di altre azioni legali proponibili.
In Italia, il primo tentativo del Parlamento volto a tutelare collettivamente i consumatori avvenne durante la XIV Legislatura con il progetto di legge di iniziativa parlamentare C. 3838 a firma del deputato Bonito e co. Tale progetto non si prefiggeva di istituire la figura giuridica delle azioni collettive, ma si limitava a modificare un articolo della legge n. 281 del 30 luglio 1998 per prevedere «il risarcimento dei danni e la restituzione di somme dovute direttamente ai singoli consumatori e utenti interessati, in conseguenza di atti illeciti plurioffensivi […]», ma l’iter parlamentare si arenò al Senato.

Allora come ovviare?  Venne inserito l’art.140 bis, all’interno del codice del consumo.

Tuttavia, un riconoscimento legislativo delle azioni collettive si ebbe prima mediante la L. finanziaria 2008, poi con l’art.49 della L. n.99/2009 ed infine con l’art.6 del d.l. n.1/2012 che modifica e disciplina la materia al fine di tutelare la violazione di identici e/o omogenei diritti di uno o più consumatori od utenti (es.: di natura contrattuale, per il risarcimento da prodotto difettoso, per l’uso di pratiche commerciali scorrette, etc.), da parte di una stessa impresa.

Anche l’UE con la direttiva n. 98/27/CE ha invitato tutti gli Stati membri a dotarsi di sistemi nazionali di ricorso collettivo; ed infatti, in Italia, viene spostata la disciplina dell’azione di classe, dal codice del consumo al codice di procedura civile delineando tre distinte fasi della procedura: la decisione sull’ammissibilità dell’azione, sul merito e la liquidazione delle somme dovute agli aderenti.

Può aderire alla class action, anche se in itinere, chiunque rivesta la qualità di consumatore/utente.

Non tutti però possono esercitarla: il professionista nell’acquisto di un bene per la propria attività lavorativa, e così l’imprenditore, la società, ecc. Professionisti e imprenditori individuali, però, possono aderire alla class action se hanno concluso il contratto per esigenze personali e non lavorative (si pensi all’acquisto di una caldaia per casa e non per l’ufficio). Tale azione è generalmente rivolta nei confronti di imprese che hanno cagionato dei danni ai consumatori, prescindendo da rapporti contrattuali con gli stessi o in conseguenza di illeciti commerciali; nei confronti delle pubbliche amministrazioni, per danni da loro inefficienze.

Attualmente assistiamo alla nascita di class action atte a creare precedenti importanti. Emblematico è il caso di ‘Altroconsumo’, che in partnership con le organizzazioni di Belgio, Spagna e Portogallo, ha lanciato un’azione collettiva risarcitoria contro Facebook dopo lo scandalo Cambridge Analytica. La richiesta al giudice è di un risarcimento di almeno 200 euro per ciascuno degli utenti del social network (dunque non solo quelli coinvolti nel caso), a causa dell’uso improprio dei dati. La vertenza poggia le basi sulle contestazioni mosse dalle Organizzazioni di consumatori nelle scorse settimane e confermate dall’Autorità Antitrust italiana con l’apertura del procedimento per pratiche commerciali scorrette.

Accanto ai benefici, possono prodursi altresì dei costi per la collettività. In particolare, è stato evidenziato come il rischio per le imprese di doversi difendere da cause giudiziarie onerose, possa dar luogo ad un fenomeno inflazionistico. Per evitare queste conseguenze, le imprese potrebbero essere indotte a risolvere rapidamente la vicenda, giungendo a stipulare transazioni altresì nell’ipotesi di un epilogo negativo. Ciò comporterebbe un costo ingente per le imprese interessate, le quali potrebbero traslare sui consumatori finali il costo sostenuto in occasioni di transazioni giudiziali anche al fine di far fronte al cosiddetto “legalized blackmail” (ricatto legalizzato).

Emerge l’esigenza di introdurre dei meccanismi che eliminino o comunque riducano il rischio che un istituto introdotto al fine di agevolare l’accesso alla giustizia a consumatori e utenti venga strumentalizzato.

La scelta del nostro legislatore di prevedere un controllo sull’ammissibilità dell’azione collettiva da parte dell’autorità giudiziaria costituisce un valido strumento per evitare la proposizione di azioni collettive meramente pretestuose; nonché la pronuncia del tribunale alla prima udienza, dopo aver sentito le parti e aver assunte sommarie informazioni, sull’ammissibilità della domanda. Si è voluto, in tal modo, arginare un probabile aumento esponenziale delle azioni collettive meramente pretestuose, evitando abusi in nome della tutela.

 

-Emanuela De Falco 

Author: Caterina Bracciano

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