Caso Knox: dubbi irrisolti e nuove criticità

La vicenda Knox continua a suscitare un notevole interesse nel panorama giuridico/mediatico, sulla scorta della sentenza, pronunziata lo scorso 24 gennaio dalla prima sezione della Corte di Strasburgo, e che ha visto la condanna dell’Italia a risarcire la Knox, a titolo di equo indennizzo, 10.400€ per danni morali e 8.000€ per le spese legali. Tale vicenda ha assunto – indubbiamente – una “forte valenza pedagogica” avendo evidenziato gli innumerevoli errori giudiziali e le contraddizioni del sistema legale interno dovute alla scelta poco ponderata nell’adottare azioni decisive, in assenza di prove cruciali, con lo scopo di ottenere nell’immediato un reo confesso.

Lo scorso giovedì 6 giugno si è tenuto un interessante incontro, alla presenza di autorevoli relatori, presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Federico II, avente ad oggetto tale procedimento giudiziario. L’evento ha visto partecipi studenti federiciani e taluni studenti dell’Università di Denver; questo grazie alla convenzione stipulata dal nostro Dipartimento, nella persona del Prof. Arena e la suddetta Università. Si è affrontato l’argomento da una prospettiva bifronte (italo/americana).

Si è rammentato il carattere intricato della vicenda giudiziaria interna. In primis, la condanna in primo grado verso Amanda Knox e l’allora fidanzato, Raffaele Sollecito, per l’omicidio della Kercher – studentessa inglese in Italia col programma Erasmus – avvenuto a Perugia la notte del 1° novembre 2007. Tale sentenza venne prima riformata in appello e poi cassata dalla Suprema Corte, che annullò con rinvio la pronuncia di secondo grado. La Corte d’Assise di Appello, investita nuovamente della res, condannò la coppia; tale pronuncia, però, venne definitivamente annullata senza rinvio dalla Corte di Cassazione, che rilevò la presenza di notevoli errori, ritardi nelle indagini e la mancanza di elementi sufficienti per provare la colpevolezza di Sollecito e Knox. Quest’ultima, comunque, fu condannata a tre anni di carcere per diffamazione, avendo inizialmente accusato dell’omicidio Patrick Lumumba, il titolare e gestore del bar dove lavorava Meredith.

E’ interessante constatare, su quest’ultimo punto, la differente prospettiva americana nella trattazione della vicenda. Oltreoceano, la sentenza di condanna in primo grado della Knox è stata accolta da forti critiche. Critiche, peraltro, come evidenziato nel corso del suddetto incontro dal Giudice Guardiano, fondate su un equivoco di fondo tra il reato di “calunnia” e quello di “diffamazione”, che sappiamo essere – nel nostro ordinamento – due fattispecie completamente diverse. La Corte di Cassazione ha infatti ribadito la liceità del comportamento del reo che fornisca dichiarazioni mendaci al fine di sostenere la propria innocenza, ma non di dichiarazioni che incolpino ingiustamente un terzo, in quanto queste ultime integrano il suddetto reato di calunnia.

Ulteriore criticità emersa nel corso del convegno è la circostanza che negli USA vige il divieto di “double jeopardy” (“divieto di doppia incriminazione”), ossia la norma costituzionale per cui una persona assolta non può essere processata una seconda volta sulla base delle stesse accuse. In effetti la Knox era stata già assolta in appello, a Perugia, nel 2011. Verdetto, questo, annullato con rinvio dalla Cassazione che ha imposto un secondo processo, per giungere poi alla condanna. Per il diritto americano questo “ping-pong” è incomprensibile e – per certi versi – inaccettabile perché in contrasto, appunto, con il “double jeopardy”. In Italia, invece, i processi si possono riproporre, fintanto che la Cassazione non dirà la parola fine, cd “ne in bis in idem” (artt. 27.2 Cost. ita.; 648 e 649 c.p.p.).

Frattanto, la vicenda si è conclusa con la condanna in rito abbreviato di Rudy Guede, ritenuto colpevole dell’omicidio della studentessa inglese.

Dopo anni dalla conclusione del procedimento a suo carico, la Knox ha cercato di riabilitarsi e di ottenere dalle autorità italiane un risarcimento per danni morali. Per tali motivi, è ricorsa dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, proponendo un ricorso per violazione degli artt. 3 e 8 CEDU, lamentando di aver subito pressioni psicologiche volte a ottenere una confessione che la incriminasse (ex art. 64 cpp). Ulteriore aggravio, evidenziato anche dalla Corte in sentenza, è la incuranza dello stato di profondo choc emotivo e di confusione in cui la Knox si trovava nei momenti ante e post l’omicidio, sicché “la ricorrente si era dunque limitata a sostenere che, all’epoca dei fatti, «immaginava» cosa potesse essere accaduto”.

Ivi si possono rilevare alcune discrasie tra sistema italiano e americano – sottolineate dalla Prof.ssa Rovner nel corso del convegno. Anzitutto, il diritto americano prevede, a monte delle indagini, la sottoposizione ad un “double legal test” per valutare “intelligence” e “ volition” cui l’autorità poliziesca deve tener conto. Inoltre – ed è cosa nota ai più – nel sistema italiano le dichiarazioni rese in assenza di un avvocato sono inutilizzabili; negli USA, invece, si può rinunziare tanto al diritto a rimanere in silenzio (cd “Miranda warning”) quanto a quello di essere assistiti da un avvocato. Quindi, perché non assicurarlo alla Knox, essendo lei sottoposta a giurisdizione italiana?

Alla luce di tali eventi, la Corte ha accolto parzialmente le doglianze sollevate, condannando l’Italia per violazione dell’art. 3 CEDU (solo per il profilo procedurale, non materiale), poiché, “nonostante le ripetute denunce della ricorrente, i trattamenti da lei segnalati non sono stati oggetto di alcuna indagine” (punto136). La Corte precisa inoltre che “l’interessata avrebbe subìto trattamenti degradanti mentre si trovava sotto il controllo delle forze dell’ordine, che – tali trattamenti – raggiungono la soglia minima di gravità per rientrare nell’ambito di applicazione dell’art. 3 della Convenzione” (punto135). Per questi motivi, la Corte ha respinto l’eccezione preliminare sollevata dal Governo italiano basata sull’asserzione che la Knox non avesse esaurito le vie di ricorso interne “in quanto non avrebbe presentato alcuna denuncia al Pubblico Ministero o ai giudici civili”. In aggiunta, la Corte EDU ha constatato la violazione dell’art. 6 CEDU §1 e §3 a causa della mancanza di assistenza legale e di un traduttore. In particolare – e su questo punto è proficuamente intervenuta la Giudice Cardamone – la Knox lamentava di non essere stata assistita dall’avvocato nel corso del primo interrogatorio svolto dagli inquirenti, ma che il legale – ciò si evince dalle dichiarazioni – le era stato finanche “sconsigliato” dai poliziotti, che hanno preferito “tranquillizzarla” con del tè.

Come ammesso dagli stessi giudici, le legislazioni nazionali possono prevedere dei limiti all’accesso ad un legale da parte degli imputati, a patto che tali limiti siano temporanei e legati a particolari circostanze individuali e del caso di specie. Su questo punto, la Corte ravvisa come le autorità italiane non siano state in grado di fornire una giustificazione all’assenza di un legale per l’imputata, integrando la violazione sia della norma interna (art. 350 cpp) che della norma convenzionale. Inoltre, la mancanza di un traduttore nel corso del processo (ex art 143 cpp), ha reso impossibile, alla Knox, di comprendere le accuse che le venivano rivolte, violando sia la Dir. 2010/64/UE (Parl. EU e Cons.) che la suddetta Convenzione – la quale infatti, tra i diritti fondamentali degli individui, fa rientrare anche il diritto ad essere assistito da un interprete gratuitamente – oltre ad assicurare l’efficacia e il valore della traduzione che deve essere garantita in fieri alla procedura. Se anche in questo caso il diritto venisse compresso, deve essere giustificato da ragioni imperative.

Frattanto, la sentenza con cui i giudici hanno accordato un risarcimento di appena €18mila in favore della Knox, è stata accolta in maniera non particolarmente positiva dall’opinione pubblica nazionale. Sovviene un forte deficit, c’est a dire come il processo mediatico si sia talvolta sostituito a quello reale, imbastendo una realtà processuale al di fuori delle sedi deputate. Si suole dire “only bad news are good news”: a dispetto della verità processuale, pur di ottenere un reo, si preme a soddisfare le aspettative dei più, producendo un circolo mediatico-giudiziario che osta inevitabilmente al principio della presunzione di innocenza e al contenuto dell’art. 4 della direttiva 2016/343 (Parl. UE e Cons.) secondo la quale “ogni stato deve adottare le misure necessarie per garantire che la colpevolezza di un indagato/imputato non sia legalmente provata da dichiarazioni pubbliche” anche se rese da un P.U. Della Knox, infatti, si è detto che sia divenuta “victim of a barbaric media trial”.

A conclusione, tale vicenda giudiziaria solleva ancora forti dubbi. Tra le varie “hot questions” senza risposta: “come mai la Knox non abbia ritrattato l’accusa nei confronti di Lumumba perché errata, pur confessando alla madre di sentirsi in torto?”. Sarebbe utile sviscerare ulteriormente le varie contese.

Tuttavia – riprendendo le parole del giudice Guardiano – “si è trattata di una corsa ad ostacoli alla quale la Knox è riuscita a tagliare il traguardo”.

L’esito potrebbe ritenersi moralmente non corretto, ma processualmente giusto.

 

-Emanuela De Falco

Author: Caterina Bracciano

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