CASO CUCCHI: TRA ESIGENZE DI DIFESA SOCIALE E PRINCIPIO DI COLPEVOLEZZA

Negli ultimi anni sono stati numerosi i casi di cronaca nera che hanno avuto ampio rilievo mediatico. Tra i più recenti, il caso Cucchi, il delitto di Garlasco, l’omicidio di Meredith e quello di Avetrana. Questa deriva mediatica ha inesorabilmente condotto ad un capovolgimento di prospettiva nel modo di concepire il processo penale e i principi su cui si fonda: al già complicato rapporto intercorrente tra verità storica e verità processuale si aggiunge un tertium genus, la verità mediatica. Parallelamente al processo penale, nei salotti televisivi si costituisce un nuovo processo , quello mediatico, disciplinato dalle regole dell’auditel e il verdetto inoppugnabile è il sentimento popolare.

L’epicentro della sentenza si sposta dalla certezza della colpevolezza alla certezza della condanna: il rischio è elevatissimo in termini di legittimazione della magistratura e di fiducia nelle istituzioni .
L’inderogabilità del principio di colpevolezza di cui al 27 Cost. funge da argine garantistico a presidio dell’esigenza di salvaguardare il singolo da interventi punitivi dello Stato che esulano dall’accertamento della colpevolezza dell’imputato.
Importanti spunti di riflessione sono offerti dalla recente sentenza della Corte d’Appello di Roma per il caso Cucchi; riprendendo le parole del Presidente della Corte d’Appello Luciano Panzani “non fu una morte naturale, ma ai giudici servono prove”.

C’è un fatto, certo, che quel ragazzo non è morto di morte naturale. E che a oggi non ci sono responsabili per l’accaduto. Io comprendo il dolore dei familiari, il loro senso di smarrimento. È una morte che non doveva esserci e di cui lo Stato deve farsi carico. Ma una sentenza di condanna non può arrivare sulla spinta dell’indignazione della famiglia, né tanto meno dell’opinione pubblica. Perché condannare persone di cui non si ritiene provata la responsabilità vorrebbe dire aggiungere orrore all’obbrobrio di una morte ingiusta.

La funzione del processo penale è accertare la responsabilità personale degli imputati. Nell’ambito di tale accertamento vige uno “standard probatorio” ben definito e preciso, il cosiddetto “oltre il ragionevole dubbio” (art. 530 cpp). Il nostro codice prevede, infatti, che la sentenza di assoluzione debba essere pronunciata anche “quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile“.

In quest’ottica di fondamentale importanza è la sentenza Franzese, con la quale la Cassazione a Sezioni Unite tenta di fornire una risposta ben ponderata al problema del bilanciamento tra esigenze di prevenzione generale e garanzie individuali : ai fini dell’accertamento della responsabilità penale è necessario che la ricostruzione causale dell’evento concreto sia in grado di resistere ad ogni alternativa ricostruzione dei fatti. In altre parole, è necessario che siano da escludere fattori causali alternativi che avrebbero potuto determinare l’evento.
La regola è, quindi, in dubbio pro reo: in caso di incertezza, ogni elemento deve essere valutato a favore dell’imputato. La ragione di questa impostazione è assai semplice e comprensibile, una volta che se ne scopra ed accetti la premessa fondamentale: il processo penale è uno strumento di garanzia dell’imputato, e di ogni imputato, è uno strumento di garanzia del principio dell’habeas corpus – presidio della libertà individuale contro ogni forma di arbitrio dello strato-riconosciuto dagli articoli 13, 24 e 25 della Costituzione italiana. Perché questo principio sia rispettato è necessario che la responsabilità di ciascuno sia valutata e provata secondo procedure garantiste previste per legge. Perché la tutela di un diritto, di ogni diritto, passa in definitiva attraverso un processo.

-Francesca Bellisario

Author: Francesca Bellisario

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