Animali domestici nei locali pubblici. Si può?

Amanti e padroni di cani, gatti, criceti e di ogni altro amico considerato dalla legge un “animale d’affezione”, quante volte avete storto il naso davanti ad un ristorante chic che non ammette animali, quante volte avete lasciato a casa un amico a 4 zampe perché un particolare negozio ne vietava l’ingresso? Ci sono periodi dell’anno in cui un cane non può restare a casa da solo o momenti in cui semplicemente il suo padrone desidera portarlo con sé perché considera la sua compagnia insostituibile come quella di un amico.

La Giurisprudenza degli ultimi anni, nel dedicarsi alla tutela degli animali, pare abbia tenuto conto, in modo particolare, della loro sensibilità. Nel 1999 una sentenza estese la condanna per maltrattamento anche a chi non provvede alle esigenze di benessere dell’animale. Nel 2003 venne considerato reato prendere a calci un cane, a prescindere dal dato della lesione fisica, motivando piuttosto la punibilità con la capacità dell’animale di percepire con dolore un comportamento lontano dalla compassione e dalla solidarietà. Recentemente, invece, il tribunale di Roma si è pronunciato sull’affidamento di un cane, Spot, che, in seguito alla separazione di due conviventi, trascorrerà un periodo di sei mesi con ciascuno di essi, essendo venuto in rilievo il legame affettivo che il cane ha con entrambi.

Lungi dal considerare l’animale al pari di un figlio, non si possono, d’altro canto, disconoscere i diritti insiti alla sua natura di essere vivente, reprimere i suoi istinti naturali o privarlo delle cure o delle attenzioni necessarie. Garantire l’accesso agli animali d’affezione ai locali pubblici o ai locali di proprietà privata aperti al pubblico è fondamentale per gli animali, nondimeno per i loro padroni. Se da un lato si evita all’animale una reclusione forzata, dall’altro si riconosce al suo padrone il diritto di portarlo con sé in un ristorante o in un negozio, per qualsiasi motivo, sia esso di piacere o di necessità (si pensi alla pet-therapy).

Ma quali sono le leggi da consultare? In materia è ravvisabile una notevole discrasia di pareri, data la sovrapposizione di normative diverse e contrastanti. Il Regolamento di Polizia Veterinaria del 1954 stabilisce che i cani possono entrare nei locali aperti al pubblico, purché abbiano museruola e guinzaglio, oggi si richiede anche che il padrone abbia con sé gli strumenti necessari per la raccolta delle deiezioni. La Legge 281 del 1991 consente, invece, l’accesso degli animali d’affezione in generale, fermo restando che il commerciante può segnalare con apposito cartello il relativo divieto. Spesso, però, si ignora un particolare non trascurabile: affinché possa essere validamente vietato l’ingresso degli animali, il gestore deve essere in possesso di un certificato rilasciato dal comune il quale, a sua volta, deve conformarsi alla disciplina dettata dalla Regione. È proprio dinanzi alla disomogeneità, dovuta alle diverse regolamentazioni comunali/regionali in materia, che emergono i maggiori problemi interpretativi. Qual è, dunque, il dato oggettivo ed omogeneo cui ancorare la legge regionale? Essa deve necessariamente recepire quanto stabilito dal Regolamento comunitario 852/2004 che vieta l’accesso ai locali in cui sono immagazzinati, trattati, preparati gli alimenti, dunque non necessariamente ai ristoranti o ai bar, quanto piuttosto alle cucine degli stessi.

Dunque, informatevi, indagate e chiedete che il divieto di accesso dei vostri animali domestici ad un determinato luogo pubblico, sia giustificato da valide ragioni di carattere igienico.

di Carmela Cordova 

Author: Carmela Cordova

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