Aldo Moro e la condivisione oltre le ideologie

Mentre a Montecitorio stava per nascere il governo Andreotti, detto di “solidarietà nazionale” a pochi chilometri avveniva la strage di via Fani: era il 16 marzo 1978 quando Aldo Moro fu rapito e la sua scorta fu brutalmente uccisa. Quarant’anni fa.

Da allora si è parlato di Moro in maniera diversa. Moro statista, intellettuale, presidente della Democrazia Cristiana, riformista, professore, uomo di fede ,vittima delle Brigate Rosse e dell’immobilismo dello Stato.

Dietro l’agguato si è discusso persino di un coinvolgimento dei servizi segreti internazionali o anche della banda della Magliana, che avrebbe fatto sì che gli uomini delle BR fossero soltanto esecutori materiali per alcuni. Numerose  incongruenze trapelano difatti nella ricostruzione ufficiale, così come testimoniato anche dalle sparizioni di documenti e dai ritrovamenti delle auto in tempi diversi, oltre alle questioni riguardanti il covo dei brigatisti.

Attualmente gran parte di quello che sappiamo sull’ “affaire Moro” proviene da indagini della magistratura, dal memoriale Morucci-Faranda  e dalla commissione parlamentare d’inchiesta appositamente istituita. Ma la domanda fondamentale, che emerge dalla relazione di minoranza presentata da Sciascia è : perché Moro non è stato salvato?

Nei 55 giorni di prigionia, si moltiplicarono infatti gli inviti a negoziare di papa Paolo VI, amico di Aldo Moro, e dopo giorni fu la famiglia stessa a rivolgere un pressante appello alla DC:  <<sappia la delegazione democristiana, sappiano gli onorevoli Zaccagnini, Piccoli, Bartolomei, Galloni e Gaspari che con il loro comportamento di immobilità e di rifiuto di ogni iniziativa proveniente da diverse parti ratificano la condanna a morte di Aldo Moro>>.

Nonostante gli appelli, delle 86 lettere di Moro dalla “prigione del popolo” alla famiglia, al ministro degli interni Cossiga e ad altri membri della DC molte furono delegittimate, quasi che a parlare fosse un uomo diverso.

A prevalere è stato il fronte della freddezza alla fine. Andreotti ribadì il no del governo alle trattative.

Anche dopo quarant’anni è una condanna pesante quella che si trascina dietro il nostro Stato: l’inefficienza e l’immobilismo genericamente motivato hanno segnato una responsabilità senza pari non solo per i martiri di via Fani, ma anche in virtù dell’eredità di quegli anni.

Che lo Stato sia stato drammaticamente inadeguato è palese. Moro sapeva che bisognava cambiare e nella sua visione ribadiva che la DC non era conservatrice: <<tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai. Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d’ombra[…] non siano oltre tollerabili, il fatto che i giovani, sentendosi ad un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità>>.

Cosa resta oggi della DC e della lezione di Aldo Moro?  Rimane la sua visione laica della politica, la capacità e la volontà di armonizzare realtà diverse fra loro, l’importanza attribuita al fattore umano e quindi l’impegno per gli altri. Rimane la volontà di giungere ad una condivisone, oltre le ideologie , che ha sempre caratterizzato Moro, “uomo al potere senza mai essere stato uomo di potere” per Mino Martinazzoli.

L’era del compromesso storico è finita da tempo ormai.

Tante cose sono cambiate da allora. Il futuro dell’Italia appare sempre in bilico, ma nel frattempo il compromesso (cum promittere, promettere insieme come ricordava Renato Moro) ha lasciato il posto al più moderno “inciucio”.

 

-Caterina Bracciano

Author: Caterina Bracciano

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